#covid19 – L’apprendimento al tempo del COVID-19: tutte le opportunità da non sprecare.

Il coronavirus sta sottoponendo anche la scuola a uno stress test senza precedenti. Sicuramente l’epidemia ha fornito una scossa al sistema, di un’intensità non paragonabile neppure a dieci PNSD (Piani Nazionali Scuola Digitale) messi insieme, ma la domanda che aleggia nell’aria è: riusciremo a farne tesoro?

Nelle affermazioni e nella speranza di molti a settembre si tornerà a scuola, la vita riprenderà come prima e allora, ci si chiede: cosa ne sarà delle tante piattaforme e applicazioni che stanno aiutando docenti e studenti ad affrontare questa fase di emergenza?

Interrogativi dietro i quali si cela, indubbiamente, la necessità di ripensare e ridare significato didattico alle attività in presenza, per non ridurle a “babysitteraggio” e/o a temporaneo parcheggio di minori.

Esaminiamo le diverse sfaccettature di questa complessa quanto inattesa e obbligata svolta della scuola verso il digitale, partendo da una breve premessa: fino a qualche settimana fa non era infrequente riflettere e disquisire sul pericolo rappresentato dal virtuale per lo sviluppo dei rapporti umani, erosi giorno dopo giorno dall’ipersocializzazione digitale, soprattutto nelle giovani generazioni.
Mai e poi mai ci saremmo immaginati che nel giro di pochissimo tempo quasi tutti saremmo stati catapultati in una dimensione interamente virtuale, eccezion fatta per i bisogni essenziali e la relazione con la stretta cerchia dei familiari conviventi.
Sarò franco, non mi ero mai posto il problema di come sarebbe stata una vita che, nonostante la sua intrinseca fisicità, sarebbe stata confinata in un mondo di relazioni virtuali.
Improvvisamente si viene catapultati e immersi in una dimensione in cui il tempo – come se viaggiassimo a una velocità prossima a quella della luce – sembra dilatarsi in un’eterna e ovattata domenica, in cui l’organizzazione temporale è uno dei primi aspetti a risentirne e a perdere rilevanza. Fatti salvi i ritmi fisiologici scanditi dall’avvicendarsi del giorno e della notte, l’ancora di salvezza nei confronti di un’incipiente inedia è costituita dalla propria agenda, animata da appuntamenti con le classi di studenti, con i colleghi, con amici e familiari, con l’esercizio fisico, magari con un flash mob canoro … in attesa del bollettino delle 18:00 che, come una volta accadeva per Radio Londra, aiuta a comprendere l’evolversi della guerra e consente di aggiungere un punto in più su di un grafico excel necessario alla formulazione di una stima sull’evolversi dell’epidemia.

Ed è proprio una guerra quella in cui siamo stati catapultati, con caratteristiche mai viste prima

Una guerra in cui non si cammina rasente ai muri e non si gioca a nascondino per non farsi sorprendere dal nemico. Il nemico, in questa guerra non lo possiamo vedere. Si cammina al centro della strada per tentare di rimanere distanti da tutti e da tutto e ci si difende dietro la “barriera” delle mascherine o, magari, di un fazzoletto portato alla “guerrigliera” nella speranza di non essere colpiti: non si muore sul posto, ma a distanza.

Una guerra in cui non ci sono macerie ma non di meno i luoghi sono popolati di bare, che sfilando nei camion militari e ci risvegliano momentaneamente dal torpore sbattendoci in faccia la cruda realtà. Pochi attimi, per poi tornare a immergerci nelle immagini provenienti da un mondo virtuale e surreale fatto di città desertificate, precognizione di un possibile futuro.

Una guerra in cui non scarseggia il cibo (tranne in quei brevi frangenti in cui la psicosi spinge a un inutile accaparramento) e in cui il problema, semmai, è come cucinarlo per ingannare il tempo e, perché no, inondare il web di tutorial.

Una guerra in cui l’informazione non scarseggia ed è solo debolmente “irregimentata” (dal regime globale dell’economia). Si può saltare da El Pais, al Washington Post, da Le Figaro al Frankfurter Allgemeine – a volte assistiti dal traduttore di google – e nel farlo si possono tenere sottocchio le curve dello sviluppo epidemico predisposte da El Pais, le simulazioni del Washington Post, a integrazione delle mappe aggiornate dalla Johns Hopkins University o della Protezione Civile. E nel navigare tra tutti questi siti ci si rende conto di come l’uso degli open-data, la loro analisi, la loro narrazione e le relative infografiche siano ormai, in alcuni paesi, un “sine qua non” per il giornalismo e l’informazione, mentre da noi, al massimo fanno capolino, e solo a momenti, nel sito dell’Ansa che prende a prestito una pagina di Facebook aggiornata da qualche universitario volenteroso.

In tale frangente anche le università e le scuole sono diventate cattedrali fantasma e, per decreto, si sono trasferite all’interno di un’impalpabile realtà virtuale in cui ancora per un po’ saranno esseri umani, e non umanoidi, a discutere sul da farsi. Nei decenni passati, molti di essi si erano mostrati impermeabili all’integrazione del digitale nei processi didattici – e al supporto alla irrinuncibiabile ricerca educativa – e ora, per la legge del contrappasso, si trovano a doversi aggrappare alla virtualizzazione dei processi al fine di poter assicurare la continuità della didattica.

Ma è proprio nelle difficoltà che mostriamo il meglio e il peggio della nostra italianità.

Non essendo mai state sostenute e programmate seriamente, a livello centrale, la formazione e la ricerca tecnologica e nonostante in moltissimi, a livello individuale, abbiano visto con sospetto qualsiasi evoluzione della didattica potenziata dalle tecnologie, ora, si assiste ad animate e a volte estenuanti discussioni sul tema “piattaforme” all’interno delle quali, in maniera più o meno consapevole, comincia a serpeggiare il tarlo dell’interoperabilità; si discute di come effettuare le valutazioni e sullo sfondo emerge dalle nebbie la sagoma spettrale degli “analytics”; si discute di privacy e ci si comincia a rendere conto di quanto tale tema per i processi educativi rappresenti più un problema che una salvaguardia e di come ad esempio cyberbullismo e didattica on-line viaggino quasi sempre su due binari diversi (quantunque si debba sempre porre un minimo di attenzione a che qualche scambio non faccia transitare il convoglio da un binario all’altro).
A volte con consapevolezza, a volte senza, ci si accorge che il tentativo dei registri elettronici di trasformarsi in piattaforme autonome è stato introdotto un po’ tardi, almeno rispetto a questa emergenza, e che alla fine ci si sta rivolgendo al “cloud”, ovvero ai servizi di rete, anche per ovviare alla cronica mancanza nella scuola di competenze tecniche. I poveri animatori digitali spesso vengono investiti di compiti più grandi di loro e frequentemente sono alla mercé del vento che soffia, ovvero delle impressioni temporanee e cangianti.
In buona sostanza sta prendendo forma lo scenario che già preconizzavo qualche anno fa in cui, a seguito del sostanziale fallimento degli investimenti europei profusi negli ultimi quindici anni per lo sviluppo del “technology enhanced learning” (non si è mai riuscita a creare un’infrastruttura tecnologica e culturale europea a servizio degli ecosistemi di apprendimento), si finisce nelle braccia di Google Classroom; nonostante non sia un ambiente pensato per la didattica ma per il lavoro collaborativo, nonostante non preveda interoperabilità, nonostante i dati risiedano nelle mani di Google, nonostante non offra analytics, etc.

Al di là delle discussioni sulle scelte tecnologiche resta, comunque, il problema della progettazione didattica e del processo educativo, che è strettamente legato allo sviluppo di una cultura digitale adeguata e delle relative competenze.
E se non lo si comprende si perderà l’occasione per fare tesoro delle opportunità che potrebbero derivare dall’integrazione delle tecnologie nella didattica tradizionale.
Purtroppo, immaginando già un prossimo futuro ritorno alla normalità, in molti si chiedono: perché ci dobbiamo sforzare a ripensare e potenziare il processo didattico? In fin dei conti basta trovare il modo di riprodurre le dinamiche di aula. Che importa se poi gli studenti devono stare ore ed ore seduti davanti al computer e magari, per noia, iniziano a chattare tra di loro piuttosto che seguire la lezione “ex-cattedra vir(tu)ale”; o se si devono sforzare a seguire i passaggi matematici su di un foglio di carta attaccato a un armadio che funge da lavagna di fortuna.

E così di perderà l’occasione, ad esempio, di accorgersi che molte applicazioni forniscono delle lavagne virtuali utilizzabili con tavolette grafiche o penne digitali e, magari, di realizzare che non è la LIM a fare le applicazioni ma queste ultime a fare la LIM.
Secondo alcuni poi, in attesa del ritorno alla normalità, è lecito limitarsi a inondare gli studenti con link a materiali da vedere o leggere nonché con esercizi e compiti da svolgere; tanto ci si può sempre nascondere dietro la dilatazione della dimensione temporale di una vita confinata e fare finta che non arrivino gli improperi dei genitori a cui si cerca di far credere che si sta utilizzando un approccio educativo “avanguardista”: quello della “flipped classroom”.

Dai docenti, comunque, sono emersi anche altri tipi di interrogativi:
– siamo certi che gli incontri con gli studenti non vadano oltre la funzione didattica e non prevedano per gli insegnanti anche il ruolo di tata virtuale?
– se si riesce a svolgere a distanza le stesse funzioni che si svolgono in presenza perché si dovrebbe tornare a scuola affrontando, nel caso di alcuni di noi, lunghi trasferimenti?
Sono segnali d’allarme dietro i quali si affaccia anche la necessità di una riflessione sull’educazione parentale e/o sulla necessità di rivedere le modalità di rapportarsi tra scuola/docenti e famiglie/genitori. Ormai si deve prendere atto che in molti contesti (maggiormente privilegiati) un gran numero di genitori sono in possesso di un livello di istruzione che, almeno formalmente, risulta equivalente o superiore a quello degli insegnanti e che, se interessati ai propri figli, sono sempre più partecipi del loro percorso educativo finendo a volte per sopperire a mancanze dei docenti e, altre, per intralciare lo sviluppo della didattica. Servirebbe una nuova alleanza!

A proposito vi siete accorti che in questo giorni molti genitori partecipano anche alle lezioni, e … ai test, che si svolgono a distanza. Quando il processo didattico è ben progettato, realizzato e condotto niente di male perché la partecipazione dei genitori offre loro un’occasione unica per rendersi conto, in diretta, della fatica e della professionalità dei docenti che sono giornalmente e da anni al fronte (e chiedo scusa per l’utilizzo di questo termine in un momento in cui la drammaticità della guerra si vive altrove, nelle strutture sanitarie; ma dobbiamo pensare anche ai fronti che in tempo di “pace” impegnano giornalmente tante persone con alta professionalità e mal pagate).

Sono considerazioni queste che travalicano le scuole e interessano, seppure con sfaccettature diverse, anche l’educazione terziaria: quanto del tempo in cui si impegnano gli studenti non è frutto della necessità di tenere in piedi un ammortizzatore sociale che supplisce alla mancanza di opportunità e sposta sempre più in là l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro? Quando si assiste all’accelerazione delle lauree e all’inglobamento degli esami di stato per permettere a medici e infermieri di partire per il fronte, forse vale la pena di provare a rispondere sul serio a questa domanda.
Va bene che di questi tempi “à la guerre comme à la guerre” ma non dobbiamo perdere l’occasione per riflettere sul necessario e sul superfluo, sul futuro che vogliamo e di cui abbiamo bisogno. Probabilmente anche i modelli economici e il sistema di valori, di cui gli odierni processi di apprendimento sono espressione, andrebbero ripensati.

Ma torniamo con i piedi per terra e sconfiniamo per un momento nel terreno dello “smart working” scolastico. Improvvisamente ci si sta accorgendo che le riunioni e i consigli si possono tenere in virtuale e che, forse, i documenti possono essere distribuiti in precedenza in forma digitale.

Al momento ancora non ha preso piede l’idea che le discussioni su tali documenti possano essere sviluppate in asincrono all’interno di un forum per poi permettere di deliberare velocemente e ridurre al minimo il tempo delle riunioni … si preferiscono ancora interminabili riunioni virtuali (forse perché fungono anche da passatempo e da palliativo al distanziamento sociale).
Improvvisamente si moltiplicano i colloqui con i docenti in video e, apparentemente più fluida risulta anche la comunicazione interna alle scuole. Le famiglie, poi, hanno iniziato a consultare con costanza il registro elettronico, eccezion fatta per i pochi affezionati dell’e-mail.

Al di là di questi banali esempi di applicazione dello “smart working” ai processi della scuola, cosa succederà quando si tornerà alla normalità? Riusciremo a far tesoro di questa che si spera sia una breve parentesi e a stabilizzare l’incremento del livello di maturità digitale che lentamente sta emergendo all’interno degli ecosistemi di apprendimento? Si riuscirà a comprendere che il digitale è un’opportunità per fluidificare i processi e che, soprattutto, serve una capacità di vision e di governance declinata al digitale?

Mi riaffaccio per un momento alla finestra e nell’assordante silenzio che in questo periodo caratterizza le nostre città anche il vociare scomposto della politica sembra lontano, ininfluente, quasi assente anche dalla programmazione televisiva. Ho il timore che si tratti di uno stato di cose che durerà per il solo tempo dell’emergenza e, probabilmente, non si dovrà neppure attendere la ripresa economica affinché lo starnazzo possa risorgere con nuovo vigore e inondare i nostri poveri padiglioni auricolari … purtroppo già ci sono i primi segnali. Anche gli epici eroi dello sport sono sprofondati nell’oblio del superfluo e con essi le ingenti quantità di denaro investite nei Barnum mediatici a essi collegati. Temporaneamente si sono riequilibrati alcuni valori, non tutti. Ci si rende conto di quanto sia importante alimentare la ricerca. Purtroppo, l’emergenza e l’essere toccati nel vivo della carne ci rende palese l’importanza della ricerca medica, ma non è la sola a dover essere sostenuta. Giusto una domanda provocatoria: e se l’epidemia fosse scoppiata poco più di trent’anni fa, quando internet non si era ancora sviluppato?
Qui si potrebbe aprire un altro capitolo interessante: quello delle “future vision” che, purtroppo, quasi mai vengono proposte quali scenari di rischio per i quali prevedere misure di mitigazione. Forse, ne discetteremo in un’altra occasione.

Nel frattempo non si può smettere di pensare che su una scala cosmica è quasi un miracoloso accidente che si sia potuti disporre di internet prima dell’arrivo del Covid-19 !

 

By Carlo Giovannella, Professor of Tor Vergata University of Rome, President of ASLERD and Member of Scientific Italian Committee of Miami Scientific Italian Community

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